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Internet & Privacy

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17/04/2020

Coronavirus: Internet e privacy

Dall’inizio della quarantena, il volume di traffico online è aumentato in maniera impressionante: social network, informazione online, formazione a distanza per gli studenti, app di comunicazione, piattaforme di intrattenimento, etc. hanno reso la rete estremamente sfruttata e internet, da sempre noto come un mezzo dall’enorme potenziale, ha forse creato problemi?

Nonostante l’aumento del traffico la rete ha retto tranquillamente, alcune piattaforme di video e film digitali hanno precauzionalmente diminuito la qualità dello streaming, tuttavia non sono stati registrati problemi o falle nel sistema.

L’impossibilità di uscire e di incontrare altre persone ha però sicuramente aumentato il numero di utenti: non solo chi abitualmente utilizza il WorldWideWeb ma anche chi normalmente non ne fruisce, per rimanere in contatto con i propri cari e amici, ha iniziato ad approcciarsi al sistema e, scaricando app di videochiamate o comunicazione, è entrato in contatto con un mondo fino a ieri sconosciuto, aumentando la possibilità di essere esposto a rischi.

La cybercriminalità, sempre attiva e celata, non solo continua la propria attività illecita ma, approfittando proprio dell’aumento di ‘’utenti’’ e come detto di ‘’utenti novelli’’, approfitta della situazione emergenziale usandola come esca: Utilizzando la tecnica del phishing, pescando fra gli utenti quindi con esche a loro ghiotte (le informazioni relative al coronavirus prima di tutte), attraverso mail, messaggi e siti, tenta e il più delle volte riesce, di rubare dati personali.

Parallelamente al pericolo di furto di dati personali da parte della criminalità, corre l’eccessiva diffusione di informazioni, sia giornalistica, sia da semplici penne da social che, come segnalato già al Garante per la privacy, divulga senza alcun accorgimento né il benché minimo senno, dati personali (nome, cognome, indirizzo di casa, dettagli clinici) riguardanti persone risultate positive al Covid 19.

Come sottolinea il Garante: ‘’Anche in una situazione di emergenza quale quella attuale, in cui l’informazione mostra tutte le sue caratteristiche di servizio indispensabile per la collettività, non possono essere disattese alcune garanzie a tutela della riservatezza e della dignità delle persone colpite dalla malattia contenute nella normativa vigente e nelle regole deontologiche relative all’attività giornalistica.

Si ritiene pertanto doveroso richiamare l’attenzione di tutti gli operatori dell’informazione al rispetto del requisito dell’"essenzialità" delle notizie che vengono fornite, astenendosi dal riportare i dati personali dei malati che non rivestono ruoli pubblici, per questi ultimi nella misura in cui la conoscenza della positività assuma rilievo in ragione del ruolo svolto.

L’obbligo di rispettare la dignità e la riservatezza dei malati vige anche per gli utenti dei social, a cominciare da alcuni amministratori locali, che spesso diffondono dati personali di persone decedute o contagiate senza valutarne interamente le conseguenze per gli interessati e per i loro famigliari.’’

Non esiste solo però la cybercriminalità: lo smart working, già adottato da alcune aziende, ha costretto altre meno tecnologiche, ad organizzarsi in breve tempo e passare da reti aziendali a strumenti personali esponendo gli stessi a un maggior rischio di fuga o perdita di dati, e le app: alcune di telemedicina per consentire ai medici di controllare il paziente da remoto e altre di contact tracing, per tracciare i movimenti e/o i contatti delle persone al fine di limitare i contagi. 

A patto che tutto questo possa essere gestito senza problemi né intoppi, non bisogna dimenticare i principi del GDPR: raccogliere i dati minimi necessari, far sì che poi siano cancellati e che non siano condivisi con altri o utilizzati per altri scopi e soprattutto che la durata debba essere strettamente collegata al perdurare dell’emergenza.

Siamo veramente pronti a divulgare tutti questi dati e chi li tratterà, saprà farlo in piena sicurezza in termini di privacy? 

Pensiamoci, anche prima di usare i social. 




Stefano Maglio

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